La noia dell’arte contemporanea è un fenomeno globale

 Forse stavate pensando anche voi la stessa cosa ma non avevate il coraggio di dirla oppure eravate troppo annoiati per pensarla: il palinsesto delle mostre di arte contemporanea offerto da gallerie e musei d’Italia è decisamente ad un punto morto. Già, è decisamente arduo trovar qualcosa di pur minimamente interessante tra le nuove proposte dell’arte, molti artisti sono ancora inceppati sull’informale altri caricano i loro moschetti con le polveri bagnate dell’arte povera, del concettuale e dell’iperrealismo. I più si perdono in un vagheggio pomposo ed inconcludente quanto svuotato di ogni significato che scimmiotta il mito americano del pop o si pone in bilico tra un Marcel Duchamp senza gabinetto ed un Joseph Beuys senza feltro e grasso.

Yoko Ono, antipatica regina dell’arte

Yoko Ono, Leone d’oro alla carriera alla Biennale di Venezia 2009, artista eclettica e sfuggente che in questi ultimi anni è stata consacrata regina dell’arte contemporanea. La moglie di John Lennon non è mai stata tanto amata come ora, tutti vogliono intervistarla e tutti sono pronti ad applaudirla per la sua brillante e longeva carriera artistica.

Eppure la storia di Yoko Ono con il grande pubblico non è stata sempre rose e fiorì. L’artista è stata negli anni passati letteralmente odiata da milioni di fans dei leggendari Beatles che l’hanno più volte accusata di essere stata l’unica causa della rottura tra i quattro ragazzi di Liverpool. Basta fare un rapido giro su youtube e guardare i commenti zeppi di offese posti sotto ai video che raffigurano la coppia Ono-Lennon. Forse il mondo non è mai riuscito a digerire il quinto membro dei Beatles, che conobbe Lennon nel 1966 quando la sua carriera artistica era in netta ascesa. Ed al momento dell’unione con Lennon nel 1968, Yoko Ono era già una donna determinata in un mondo di uomini, una musa silenziosa dall’estrema carica creativa che l’aveva portata ad unirsi ai primi membri del movimento Fluxus assieme a Joseph Beuys, Dick Higgins, Nam June Paik, Wolf Vostell e La Monte Young. 

The Vogels, l’amore per il collezionismo

 La storia di Herbert e Dorothy Vogel è troppo bella per essere vera, talmente perfetta e romanzata che Megumi Sasaki ne ha tratto un curioso e non  proprio eccelso film documentario uscito nelle sale americane quest’anno dal titolo Herb and Dorothy.

La storia di Herbert e Dorothy Vogel tuttavia è del tutto reale e molto più affascinante di un milione di romanzi o films. Agli inizi degli anni ’60 i coniugi Vogel rispettivamente impiegato delle poste e bibliotecaria ben lungi dall’essere benestanti, si sono messi in testa di collezionare opere, spinti da un comune quanto appassionato amore per l’arte contemporanea. Un atto del collezionare nato dalla sola curiosità senza l’aiuto di critici, galleristi o art advisors e fondato principalmente sull’intuito.

Joseph Beuys e la musica pop

Joseph Beuys, uno dei portavoce più rappresentativi delle correnti concettuali nell’Arte della seconda metà del Novecento è tuttora tra gli artisti più amati e più quotati del mondo.

La sua presenza carismatica e il suo stile totalmente fuori dalle convenzioni oltre a donargli la fama internazionale ha propagato la sua influenza artistica sino ai giorni nostri ed in molti lavori di giovani artisti è sovente il richiamo all’arte del maestro tedesco. Tutta l’opera di Beuys è un estremo agglomerato di arte e vita in cui l’oscuro simbolismo si fonde con un elemento biografico.

Tehching Hsieh, una performance chiamata vita

Parliamo oggi di un artista enigmatico, un vero genio della performance che ha riscritto le regole di tale forma artistica spingendo il concetto di sperimentazione oltre i limiti del tempo e del corpo. Si tratta di Tehching Hsieh, artista la cui presenza è recentemente riapparsarecentemente in occasione di due mostre rispettivamente al MoMa ed al Solomon R. Guggenheim Museum di New York.

Il singolare ed incredibile percorso artistico di Tehching Hsieh artista nato a Taiwan nel 1950 e residente a New York è costituito da un’unica serie di performance della durata di un anno che dal 1978 al 1999 hanno fuso l’attività artistica con la vita reale in un percorso di sofferenza e disciplina. Per meglio comprendere l’operato dell’artista descriveremo nel dettaglio questo straordinario lavoro: One Year Performance 1978-1979 (Cage Piece) In questa performance dal  29 settembre 1978 al 30 settembre 1979 Tehching Hsieh si è volontariamente rinchiuso all’interno di una gabbia di legno ammobiliata solo con un lavabo, un secchio, alcune luci ed un letto singolo. Durante l’anno non ha parlato, scritto, letto o guardato tv o ascoltato la radio. Il notaio Robert Projansky ha presenziato alla performance assicurandosi la presenza dell’artista all’interno della gabbia. Un amico ogni giorno si è recato a portare cibo all’artista pulendo i suoi escrementi e scattando una singola foto per documentare il progetto. La performance era aperta al pubblico almeno due volte al mese.

William Kentridge, il poeta della video arte

 

In Italia abbiamo avuto modo di ammirare le sue maraviglie grazie al progetto KENTRIDGE A ROMA, realizzato in sinergia da tre prestigiose istituzioni romane  Fondazione Romaeuropa, Teatro di Roma e MAXXI. Ma chi è costui? Beh quando parliamo di William Kentridge, pesiamo bene le parole perché stiamo parlando di uno dei più grandi artisti del contemporaneo.  

Biennali, c’è anche quella di Lione

 Il 12 settembre 2013 si apriranno le danze per la 10 edizione della Lyon Biennale a Lione, manifestazione internazionale che rimarrà aperta sino al 29 dicembre 2013.  L’evento che ha visto i suoi natali nel 1984 grazie ad un progetto del  Lyon’s Museum of Contemporary Art diretto da Thierry Raspail è stato concepito agli inizi (dal 1984 al 1988) come evento annuale chiamato October of the Arts, manifestazione che terminava con una mostra chiamata Colour Alone: The Experience of Monocrome.

Andy Warhol e la digital art

Screenshot dell’opera di Andy Warhol

Ai nostri giorni è possibile manipolare foto e creare opere d’arte o computergrafica comodamente da casa con l’ausilio di un comune personal computer, ma una ventina di anni fa le cose non erano certamente così facili. Certamente c’erano già stati numerosi pionieri della digital art e molti artisti usavano apparati elettronici, oscilloscopi e quanto altro per creare un nuovo tipo di immagine, basti pensare che La computer art nasce già nel 1950 grazie alla sperimentazione di Ben Laposky (USA) e Manfred Frank (Germania) due matematici e programmatori.

L’arte del ripetersi

Da tempo Globartmag riflette su ciò che avviene all’interno della scena del contemporaneo del Belpaese. Al di là di inutili polemiche ciò che salta miseramente all’occhio è che l’arte italiana non ha più la forza e la voglia di rischiare, di forzare le barricate tentando una disperata ma in certi casi salvifica corsa fuori dalla trincea .

Da tempo immemore oramai le nuove generazioni di artisti prediligono il concetto di riconoscibilità estetica dell’opera in funzione di un sistema dell’arte nostrano che diviene così pericolosamente simile a qualsiasi altra manifestazione commerciale industriale.  Il prodotto artistico deve essere rigorosamente associato al nome dell’artista e questi deve per forza di cose apparire in prima persona su riviste di settore e quanto altro rivendicando la paternità della propria opera. In virtù di ciò l’appassionato, il collezionista ed il curatore saranno ben consci sul chi ha fatto cosa e sapranno ben riconoscere l’arte di un determinato artista anche al primo fuggevole sguardo.

In sostanza l’artista soccorre il fruitore d’arte contemporanea tranquillizzandolo con opere racchiuse in un unico e grande brand alla stregua di qualsiasi altro prodotto impilato sugli scaffali del supermercato. Il vero problema è che tutto questo ripetersi di soggetti e di concetti in salse e colori diversi all’insegna dello slogan “squadra che vince non si cambia” qiu tradotto in “opera che vende non si cambia” rischia di creare un controsenso ideologico e temporale in cui il lavoro di un determinato artista perde totalmente il proprio significato iniziale, se ne aveva uno.

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