Daniele Cascone, un viaggio all’interno della mente umana

Sabato 23 ottobre alle ore 19 nei locali della Galleria Lo Magno (Via Risorgimento, 91-93 – Modica) sarà inaugurata la mostra fotografica di Daniele Cascone a cura di Giuseppe Lo Magno.

In mostra alcune opere fotografiche realizzate tra il 2009 e il 2010 dal fotografo e artista digitale Daniele Cascone. L’artista ha iniziato a lavorare nel 1996 come grafico pubblicitario, dedicandosi dal 1998 al web design. Appassionato di fotografia e manipolazione digitale, ha fondato il web magazine Brain Twisting, dedicato all’arte digitale e alla creatività presente in rete, che è stato uno dei maggiori punti di riferimento italiani sull’argomento. Le opere di Daniele Cascone sono frutto di manipolazioni digitali che rappresentano, secondo Micol Di Veroli autrice dei testi pubblicati nel catalogo della mostra, «un grido muto contro l’incomunicabilità».

Gregory Crewdson porta Cinecittà a New York

Roma è ormai sulla giusta strada per diventare una protagonista del contemporaneo, ne danno prova i successi di pubblico del Macro con la nuova ala di Via Reggio Emilia e quelli della fiera d’arte alla Pelanda ed ancora il boom di presenze del novello Maxxi (non ultimo quello registrato nel corso dell’apertura gratuita per Giornate Europee del Patrimonio sabato 25 e domenica 26 Settembre 2010).

Questa volta è però un grande artista del contemporaneo ad utilizzare la Città Eterna come set ideale di un nuovo ciclo di opere. Stiamo parlando del grande Gregory Crewdson che in questi giorni (fino al 30 ottobre) è ospitato dalla prestigiosa Gagosian Gallery di New York ed a esser precisi, nella sede di Madison Avenue. In un denso bianco e nero che avvolge ogni immagine come una nube dove si materializzano presenze architettoniche desolate, l’artista propone la visione di una Roma fittizia, di una città deserta, animata dal sogno del cinema.

I Sognatori di Shanghai sollevano un vespaio di polemiche

Il giovane ma quotato artista cinese Quentin Shih non si è mai trovato a fare i conti con il fallimento. Eppure come spesso capita ad ognuno di noi, anche Shih è incappato in una brutta caduta. Tutto è successo in occasione dell’apertura del nuovo punto vendita del celebre fashion brand Christian Dior a Pechino. Shih aveva già lavorato con Dior nel 2008 quindi anche stavolta il successo sembrava già annunciato. Dior ha quindi riconfermato l’artista per la creazione di alcune opere fotografiche per meglio illustrare la nuova collezione.

Le opere hanno però sollevato numerose critiche ed aspre ritorsioni, al punto che il povero artista ha cominciato a difendersi sulla rete dei blogs cinesi. Secondo alcuni bloggers infatti le opere di Shih contengono chiari segni di razzismo. Nella sua serie “Shanghai Dreamers” Shih  si è ispirato alla Shanghai degli anni ’70 e più precisamente alle foto di gruppo di quell’epoca. Il problema è che in ogni scatto, in mezzo a soggetti uniformati, svetta puntualmente la modella vestita Dior che possiede dei tratti somatici quasi occidentali.

Un nuovo libro svela i segreti dell’autoritratto fotografico


Sin dai primordi della fotografia gli artisti si sono cimentati nell’arte dell’autoritratto, spingendo sia le loro sperimentazioni che la visione creativa oltre i limiti del mezzo tecnico. Già nel 1840 Hippolyte Bayard si ritrasse nei panni di un suicida in una fotografia intitolata Self Portrait as a Drowned Man ( autoritratto come uomo affogato). Ritraendo se stesso in toni decisamente drammatici, Bayard divenne il primo fotografo a scattare un autoritratto ed anche un pioniere della fotografia concettuale.

Giungendo ai nostri giorni, il libro Auto Focus: The Self-Portrait in Contemporary Photography di Susan Bright è un valido supporto per comprendere come viene affrontato il tema dell’auto ritratto dagli artisti del contemporaneo. Susan Bright inizia proprio con il mettere al confronto l’autoritratto di Bayard con Portrait of Something That I’ll Never Really See ( ritratto di qualcosa che non ho mai realmente visto ) di Gavin Turk del 1997 che ritrae l’artista da morto.

Ma alla fine Spencer Tunick avrà convinto Lady Gaga a spogliarsi?

Vi ricorderete sicuramente del nostro articolo su Spencer Tunick ed il suo nuovo fantasmagorico progetto a Sydney. Ebbene per coloro che hanno la memoria corta, il celebre e chiacchierattissimo fotografo aveva intenzione di organizzare una delle sue celebri installazioni di nudo collettivo proprio davanti al teatro dell’opera della città  australiana. Tunick aveva inoltre proposto a Lady Gaga di partecipare all’insolita performance.

Ebbene la performance è riuscita a perfezione ed in questi giorni l’artista ha svelato una nuova fotografia intitolata The Base, che testimonia appunto l’imponente azione dello scorso marzo effettuata durante il Lesbian & Gay Mardi Gras di Sydney a cui hanno preso parte oltre 5.000 persone senza veli. A quei temerari che sono riusciti a rimaner così come mamma li ha fatti alle 4 di una freddissima mattina, Tunick ha promesso di regalare un’edizione limitata della fotografia ufficiale dell’evento. Eppure sulle prime erano sorti alcuni problemi tra i partecipanti eterosessuali e quelli di diverso orientamento sessuale: “molti erano imbarazzati ed è stato difficile far abbracciare e baciare gli straight con i gay e viceversa. Alla fine però tutti si sono uniti in un unico grande bacio, un gesto d’amore davanti ad una grande struttura” ha dichiarato Tunick con una punta di divertita malizia.

Il FotoGrafia Festival di Roma prova a predire la fotografia del futuro

Parte con tante novità  questa nuova edizione di FotoGrafia Festival Internazionale di Roma: nuova location della manifestazione a MACRO Testaccio, nuove date (23 settembre – 24 ottobre) e un team di tre curatori che affiancano il lavoro di Marco Delogu, direttore artistico del festival: Marc Prust (fotografia ed editoria), Valentina Tanni (fotografia e new media) e Paul Wombell (fotografia e arte contemporanea). FotoGrafia è promosso dal Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione – Sovraintendenza ai Beni Culturali con il sostegno della Fondazione Roma e, a partire da quest’anno, con la produzione di Zétema Progetto Cultura.

Il tema della nona edizione di FotoGrafia è FUTURSPECTIVES, ovvero “può la fotografia interpretare il futuro?”. Questo paradosso è  subito evidente nel lavoro di Paul Wombell per la sua mostra della sezione fotografia e arte contemporanea “Bumpy ride”. D’abitudine si discute di fotografia al passato. Una volta che una foto è stata scattata, rimanda indietro nel tempo ed in qualche modo diventa storia. Ma alcuni fotografi stanno mettendo in dubbio questa premessa, realizzando immagini che guardano in avanti e non indietro. Sono fotografi che lavorano più come scrittori del genere “science fiction”, usando il processo fotografico per immaginare come il futuro potrebbe apparire. “Bumpy ride” raccoglie il lavoro di fotografi contemporanei come Peter Bialobrzeski, Sonja Brass, Cedric Delsaux, Jill Greenberg, lkka Halso, Mirko Martin e O Zhang che usano sia il digitale che l’analogico e che stanno sfidando le nostre aspettative di ciò che si vede in un’immagine.

Jane Fulton Alt fotografa il disastro made in Bp

La marea nera provocata dalla British Petroleum nel golfo del Messico non accenna a diminuire e sono ormai inestimabili i danni ambientali causati dall’esplosione della piattaforma petrolifera carica di greggio. La fotografa Jane Fulton Alt risiede vicino le coste del Lake Michigan ma si è sentita in dovere di documentare un disastro che ben presto potrebbe bussare alla porta di casa di qualunque cittadino del mondo.

L’artista ha così deciso di creare il progetto Crude Awakening, un gioco di parole tra brusco risveglio e risveglio al petrolio, un’esigenza di documentare l’irreparabile danno nata da una profonda anima ambientalista: “La falla che scarica circa 60mila barili di greggio al giorno è in sostanza una vera e propria catastrofe per qualunque forma di vita che popola le spiagge “. C’è da dire che Jane Fulton Alt nelle sue foto è riuscita a catturare la drammaticità degli effetti di tale disastro pur non recandosi nel Golfo Del Messico.

SLAM il libro fotografico sulla Lucha Libre messicana

Avete mai sentito parlare di Lucha Libre? Forse questo nome non vi dice poi tanto. Sicuramente però avrete visto su foto e riviste le fantasmagoriche maschere a metà tra il supereroe ed il sadomaso che contraddistinguono questa celebre forma di sport messicano. La Lucha Libre (tradotto in italiano suonerebbe come Lotta Libera) è uno stile di wrestling nato in Messico negli anni trenta e attualmente molto diffuso in tutto il territorio nazionale. La caratteristica principale della lucha libre è lo stile di lotta utilizzato, molto più veloce del classico wrestling; si preferisce di gran lunga l’uso di manovre aeree a scapito della forza fisica, sacrificando spesso il realismo dei match.

Nella Lucha Libre è molto diffuso l’utilizzo delle mascarà ovvero della maschera: la maggior parte dei wrestler messicani, infatti, utilizza una maschera. Questa aiuta a definire la figura dell’atleta e viene spesso messa in palio in match màscara contra màscara: lo sconfitto in match di questo tipo deve consegnare la sua maschera al vincitore e se vorrà rimascherarsi dovrà utilizzare una tenuta completamente diversa. Perdere la propria maschera in uno di questi match viene considerato un grande disonore e solitamente gli organizzatori dello show offrono un premio in denaro ai wrestler per convincerli a perdere una contesa di questo tipo.

Giovani artisti, volete farvi notare? c’è il Self Publishing

Abbiamo più volte parlato della situazione odierna dei giovani fotografi ed in particolare dei fotogiornalisti, registrando la loro sempre più grave situazione artistica e professionale, danneggiata dall’arrembante realtà dei fotografi amatoriali muniti di fotocamera digitale. Ora però vorremmo parlarvi di una soluzione per affrontare il difficile mondo della fotografia e sarebbe a dire il self publishing, l’auto produzione di veri e propri libri fotografici o monografie che molti artisti hanno cominciato a sfruttare per mantenersi o per farsi notare.

Ma il self publishing non è solamente una soluzione sfruttata dai giovani artisti, basti pensare ad illustri precedenti come Ed Ruscha o ad Alec Soth che ne ha recentemente prodotto uno, senza contare Stephen Gill che ne ha prodotti ben dodici e tutti con lo stesso, straordinario successo. Ruscha, in particolare ha pubblicato a proprie spese ben 16 libri d’artista tra il 1963 ed il 1978.

La guerra urbana di Jennifer Karady

Il maggiore dell’esercito Americano Elizabeth A. Condon è stata in missione in Iraq per parecchio tempo. Durante questo periodo il maggiore ha visto ogni sorta di orrore che la follia dell’uomo possa produrre, dai corpi morti in mezzo alla strada fino a bambini crivellati dai proiettili. Eppure un momento di estrema dolcezza ha colpito i sensi del maggiore. Il militare ha infatti soccorso una giovane donna irachena che aveva una grande ferita infetta sul ventre, causata da un taglio cesareo amatoriale: “Tutte le altre donne nella stanza si sono avvicinate e mi hanno baciata sulla guancia. Non so se quella donna sia sopravvissuta ma è stata un’esperienza molto toccante” ha dichiarato il militare.

Le tragedie della guerra moderna, ma anche i momenti toccanti sono attualmente in mostra alla SF Camerawork di San Francisco (dal 6 maggio al 7 agosto 2010) che ha organizzato l’evento In Country: Soldiers Stories from Iraq and Afghanistan, personale di fotografia dedicata al talento di Jennifer Karady.

L’Ikea Art ed il problema dell’unicità dell’opera

Abbiamo più volte espresso le nostre opinioni (discutendone anche con il celebre blogger Luca Rossi) sull’Ikea Art, ovvero sulla creatività uniformata che in questi anni sembra spadroneggiare in tutto il mondo. I nuovi artisti modello Ikea creano le loro opere ispirandosi ad un minimalismo concettuale che strizza pericolosamente l’occhio al design svedese. In tutto ciò ovviamente ogni appiglio filosofico diviene puramente pretestuoso e l’opera diviene sempre più simile ad un oggetto di consumo o ad un semplice complemento d’arredo. E se questa fosse la nuova forma creativa del 2000? così ferocemente presi dall’impeto critico non avevamo pensato a tale eventualità, magari fra uno sbadiglio e l’altro l’Ikea Art potrebbe anche nascondere il suo fascino e segnare l’inizio di una nuova corrente artistica. L’identita seriale dell’Ikea Art o dell’arte facilmente riproducibile in genere potrebbe però nascondere molte insidie legate all’unicità dell’opera.

Negli ultimi tempi  molti siti web vendono stampe di celebri artisti contemporanei con prezzi alla portata di tutti, proprio come se si trattasse di quelle cornici già dotate di foto che la nota azienda svedese di mobili mette in vendita all’interno di tutti i suoi megastore. La domanda che vi vorremmo porre è quindi questa: Può l’esistenza di migliaia di copie rendere l’opera un semplice oggetto senza valore? La risposta è probabilmente si, anche se stiamo parlando di repliche ovviamente non siglate dall’artista in persona, non autenticate, ma cosa succederebbe se fosse possibile ricreare l’opera originale?

La fotografia digitale ha ucciso il mestiere del fotoreporter

 Quando Matt Eich (ora 23enne) entrò nella scuola di fotogiornalismo nel 2004, l‘industria giornalisitica era già in declino. Matt però fotografa sin da quando bambino, la fotografia è quello che gli riesce meglio perciò ha continuato a percorrere tale strada anche dopo il matrimonio e la nascita di suo figlio. Ora Matt riesce a vendere qualche fotografia, lavorando come freelance per qualche magazine: “Devo lavorare sodo e scattare molte fotografie, poi devo piazzarle. Nessuno ti paga uno stipendio fisso, prima il fotogiornalismo era un mestiere, ora è divenuto puro caos, mi guadagno da vivere unendo un puzzle di piccoli lavoretti per alcuni giornali” ha dichiarato Matt.

Sharon Pruitt invece ha 40 anni ed è madre di sei figli, suo marito è un militare e tutta la famiglia vive nella Hill Air Force Base nello Utah. Dopo una vacanza alle Hawaii nel 2006, Sharon ha caricato su Flickr alcune foto scattate con una macchina fotografica digitale Kodak da 99 dollari. La celebre compagnia Getty Images ha notato le sue foto ed ora le ha concesso uno stipendio mensile per l’acquisto di foto da rivendere a terzi, “alle volte riesco a pagarmi anche tutte le bollette con lo stipendio della Getty” ha dichiarato Sharon.

Ufficiale Gentilhomosex, le nuove e meravigliose foto di Jeff Sheng

Dopo aver pubblicato le prime sette foto di una sua nuova serie direttamente sul suo website, l’artista Jeff Sheng non è riuscito a chiudere occhio: “Mi alzavo continuamente dal letto per andare a controllare la mia casella di posta elettronica. Sicuramente ora mi contatterà qualche militare dell’esercito nazionale e mi chiederà un mare di informazioni. Alcune delle persone che ho fotografato sono soldati da 20 anni e potrebbero perdere le loro pensioni per colpa mia” pensava Sheng in quella notte insonne. Ma cosa è successo, cosa ha combinato Sheng di tanto grave?

Niente di grave, anzi Sheng ha creato qualcosa di decisamente interessante. Il fotografo ha da poco completato la prima fase del suo progetto fotografico Don’t Ask, Don’t Tell (Non Chiedere, Non raccontare), una serie di ritratti di gay e lesbiche in forza all’esercito degli Stati Uniti. Tutti i soggetti indossano l’uniforme e le loro facce sono in qualche modo coperte da dettagli come lo stipite di una porta o una maniglia o semplicemente dall’oscurità.

Ryan McGinley passa alla fotografia digitale

La giovinezza non mi ha mai appassionato più di tanto. Raramente vedo qualcosa di bello in una faccia giovane” dichiarò un giorno il grande fotografo Richard Avedon. Chissà quindi cosa direbbe Avedon riguardo alla incredibile carriera di Ryan McGinley. Il fotografo 32enne nel 1999 inviò per posta ad alcuni editori un portfolio contenente alcune delle sue opere fotografiche, il libricino fai-da-te fu creato con una comune stampante a getto di inchiostro, di quelle che abbiamo tutti noi dentro casa.

All’interno del porfolio Mc Ginley aveva inserito immagini di ragazze e ragazzi giovanissimi perché, a differenza di Avedon, il giovane fotografo era appassionato dalla giovinezza. Questo evidentemente fece la sua fortuna visto che a soli 25 anni fu notato dal Whitney Museum che gli dedicò niente di meno che una mostra personale. Oggi, dopo circa dieci anni di fotografia tradizionale, McGinley si è ritirato nel suo studio nel Lower East Side di New York per preparare il suo primo progetto tutto in digitale. Everybody Knows This Is Nowhere è quindi il titolo della nuova mostra di McGinley alla Team Gallery (in visione dal 18 marzo al 17 aprile 2010), evento che racchiude le sue ultime serie fotografiche. 

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